Gioventù precaria. Insicurezza lavorativa e identità

La filosofia della cosiddetta “qualità totale” ha introdotto, nella nostra economia ormai pienamente postfordista, lo sfruttamento dello human power, cioè della soggettività e della creatività del lavoratore. Poiché, cioè, le prestazioni lavorative tendono oggi a svolgersi prevalentemente nell’ambito delle “relazioni” tra persone, la professionalità si definisce sempre meno in termini “industriali” e sempre più in termini di “servizi alla persona”. Tale trasformazione, è bene sottolinearlo, non si limita solo alla sfera della produzione, ma comprende quella della distribuzione, della vendita-consumo, della sfera riproduttiva. Per questa ragione, il lavoro comunicativo-relazionale, di solito riferito alle sole attività di cura e di servizio alle persone, ha una valenza universale. In tutti gli ambiti lavorativi, compresi quelli industriali, assistiamo così a quella che è stata definita una tendenziale servilizzazione del lavoro produttivo: il lavoratore non fornisce più solo forza lavoro, ma tutto sé stesso, sorrisi, fantasia e progettualità compresi. Il termine servilizzazione implica anche il fatto che il lavoro tende a essere dequalificato: basti pensare alla proliferazione di impieghi a paga irrisoria, basso prestigio, scarsa realizzazione e futuro improbabile in particolare nel settore dei servizi.


Più in generale, crescono esponenzialmente il numero degli impieghi precari, il part-time, il lavoro nero, a domicilio, interinale o gli stages di formazione-lavoro. Sempre più spesso il lavoro “flessibile” diventa privo di contratto, senza corrispondenza fra remunerazione e ore di lavoro, privo di un mansionario, né regolare né protetto, insofferente all’organizzazione sindacale, spesso senza diritti (pensione, ferie, malattia, maternità…).
Contemporaneamente (e paradossalmente), però, portato dell’attuale situazione lavorativa è l’estenuante competizione finalizzata a ottenere un posto socialmente privilegiato, una specie di lotteria in cui un gran numero di giovani scommette sulla possibilità di entrare a far parte della ristretta cerchia dei fortunati: tutti desiderano essere protagonisti. L’incessante allettamento mediatico produce aspettative che difficilmente la vita reale potrà poi mantenere. Da un recente studio di Frank e Cook condotto su un milione di diplomati delle scuole superiori americane risulta che il 70 per cento riteneva di avere un talento per la leadership superiore alla media, mentre solo il 2 per cento riteneva di averlo inferiore alla media. La piramide sociale, costituita da chi comanda e da chi è comandato nel processo lavorativo, però, è purtroppo esattamente rovesciata. Crescono i nostri sogni ma non le possibilità di realizzarli.
Come spiega Sennett, la nostra società si presenta, quindi, come una struttura competitiva che predispone al fallimento un gran numero di persone capaci. La competizione per il successo si risolve in un piccolo numero di vincitori e in una grande massa di esclusi, producendo così, inevitabilmente, un generalizzato senso di sconfitta e frustrazione, soprattutto tra i giovani. Il precariato lavorativo svela insomma un problema centrale del nostro tempo: come dice Hannah Arendt – dopo aver nel corso dei millenni creato un’etica del lavoro, quasi una religione, sicuramente una necessità psicologica non diversa da una dipendenza e dopo avere sottomesso all’economico ogni altro ambito umano (compreso il politico) -, “ci troviamo di fronte alla prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro. Certamente non potrebbe esserci niente di peggio”.
Tali elementi socioeconomici producono una crisi del processo di costruzione dell’identità individuale (che avveniva anche attraverso il lavoro) e una pressione sociale che ha di fatto messo in crisi la condizione giovanile. Se, infatti, può essere considerato adulto chi ha superato una serie di soglie (conclusione degli studi, lavoro, matrimonio, casa, figli, etc.), risulta evidente una tendenza generalizzata a spostare verso un’età sempre più avanzata questi passaggi e l’intervallo tra la prima e l’ultima soglia tende ad allungarsi sempre di più. Siamo circondati da tardo-adolescenti, quasi-adulti, giovani in fieri, soggetti perennemente in trasformazione, bloccati nel passaggio tra il non-più e il non-ancora. Anzi, come nota Marco d’Eramo, i nostri giovani non sono veramente tali dal punto di vista sociale. Infatti, se “il dispiegarsi delle possibilità diventa una misura della giovinezza sociale […], va presa in considerazione la possibilità che viva qualcuno che non è mai stato, non è e non sarà mai giovane (socialmente) perché la sua traiettoria sociale è totalmente determinata («surdeterminata») fin dalla nascita”.
I giovani, insomma, non hanno scelto di non crescere ma vi sono costretti perché privati di ogni autonomia e autodeterminazione, eterodeterminati come sono da condizionamenti socioeconomici. Oggi, infatti, all’espansione del tempo libero permessa dal prolungamento dell’adolescenza e dalla disoccupazione cronicizzata si associa l’endemica assenza di denaro, con il risultato di mantenere i giovani in una condizione difficile, in una crescita sociale bloccata. E se, da un lato, nell’adolescenza non c’era nessuna pressione sociale nella direzione di una (peraltro impossibile) progettazione della propria vita (sottomessa all’autorità genitoriale), e se, d’altro lato, l’essere adulti comporta invece proprio questa capacità piena di determinare il proprio progetto esistenziale, la condizione giovanile, schiacciata tra adolescenza e l’essere adulti vede tanto una pressione sociale in direzione dell’autodeterminazione quanto una sostanziale impossibilità di realizzare tale obiettivo a causa del precariato lavorativo. Nella nostra società, quindi, in questo sistema economico, il termine giovane, per d’Eramo, ormai “è giunto a indicare chiunque sia già inserito nel mercato dei consumi, ma non sia ancora entrato in quello del lavoro o della produzione”.
Questa condizione appare oggi talmente normale che, come osserva Scanagatta, in Italia i consumi dei giovani che lavorano sono mediamente gli stessi di quelli che non lavorano e di quelli che hanno impieghi part time: il consumo è un dato scontato che la famiglia, ridistribuendo al suo interno le risorse, garantisce a tutti, indipendentemente dalla produzione di reddito, permettendo sì al giovane di comportarsi e agire come un adulto ma al prezzo di una dipendenza che è l’opposto di ciò che caratterizza l’essere adulti. Quella dei giovani è un’età che tende sempre più a estendersi ma, purtroppo, è un tempo di dipendenza socioeconomica e di indeterminazione esistenziale: un tempo vuoto, innanzitutto, di senso. I giovani ne hanno un’acuta consapevolezza e si sentono in un limbo senza futuro, spesso privo di gioia o spensieratezza, caratterizzato da un continuo “vorrei ma non posso”. Non dovrebbe allora stupire il fenomeno dell’attuale inquietudine sociale giovanile che, storicamente, si sviluppa in periodi segnati da incertezza e da crisi di crescita economica che provocano un diffuso stato d’insicurezza, di preoccupazione per il futuro e di generalizzato rancore.
Gli scontri tra tifoserie, l’abuso di sostanze psicotrope o i comportamenti a rischio sono espressione di un disagio che – vero elemento di novità – non appare più confinato nella marginalità sociale ma sembra essersi ormai esteso in fasce giovanili sempre più vaste e diversificate, superando le divisioni di ceto, quelle tra settentrionali e meridionali o tra scolarizzati e non. Le condotte devianti appaiono connesse con la generalizzata sensazione di mancanza di senso che caratterizza la condizione giovanile disoccupata, precarizzata, economicamente e simbolicamente deprivata.

Giuseppe Burgio
(Assegnista di ricerca in Pedagogia presso l’Università di Palermo e Graduated Sylff Fellow della Nippon Foundation di Tokyo)

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