Come funziona il Community Organizing negli USA

Immaginiamo uno slum di una grande città negli USA: famiglie con redditi ben sotto la media, spesso con un solo genitore e tanti figli; una unica scuola pubblica sovraffollata e con gravi carenze infrastrutturali; in pochi con l’assicurazione sanitaria; pochi “fruttivendoli” e un’altissima diffusione dei cibi in scatola reconditi e precotti che fanno male ma costano molto meno e si cucinano in meno tempo e poche opportunità lavorative presenti, quasi tutte per “un-skilled workers”, quindi poco pagate. In un quartiere del genere in pochi possono permettersi di comprare e mantenere una casa e quei pochi che hanno effettuato l’acquisto hanno visto andare il proprio bilancio familiare in frantumi come effetto della pesante crisi finanziaria degli ultimi anni. Le case sono per lo più in affitto e in pessime condizioni di manutenzione per incuria dei proprietari. Immaginiamo, inoltre, che in questo quartiere ci siano anche impianti altamente inquinanti, come per esempio quello di combustione dei rifiuti di tutta la città che in genere viene collocato lontano da altre aree “più eleganti” e che determina un elevato tasso di malattie respiratorie e cancri.


In che modo è possibile promuovere processi di sviluppo socio-economico in quartieri come questi?
Rigettando la visione neoliberista secondo cui è bene aspettare le ricadute positive di un processo di sviluppo a grande scala. La tendenza attuale è quella dell’implementazione di misure di compensazione secondo un sistema di welfare nella Governance simile a quello che sta prendendo piede in Europa e che in Italia ha sostituito il vecchio modello di welfare interamente “pubblico”. Si tratta per lo più di programmi di finanziamento (o governativi o delle grandi fondazioni private) che finanziano progetti promossi da organizzazioni istituzionali e/o no-profit per la riduzione della povertà, il sostegno scolastico dei ragazzi deviati, l’assistenza alle ragazze madri, la costituzione di “banche di cibo fresco”, ecc. La maggior parte dei progetti mirano a fornire servizi per attutire il divario tra i gruppi sociali. Solo pochi di questi progetti hanno l’ambizioso obiettivo di innescare veri e propri processi di sviluppo locale, per esempio attraverso il tentativo di attrarre nuove attività economiche in un’area depressa con le garanzie, allo stesso tempo, che alle comunità locali vadano alcuni dei benefici socioeconomici (posti di lavoro riservati ai residenti, alloggi a prezzo di affitto o di costo convenzionati). In entrambi i casi si tratta di progetti che vengono prima elaborati, così da accedere al finanziamento, e che poi vengono implementati con diverse modalità che variano a seconda del ruolo che viene giocato dai residenti: da semplici fruitori dei servizi offerti a beneficiari di speciali misure di supporto, a soggetti coinvolti nelle fasi di implementazione.
Esiste, tuttavia, negli States una categoria di soggetti, i cosiddetti “organizzatori di comunità”, che agisce secondo un approccio diverso. Si tratta di una specie di sindacalisti organizzati non per categoria di lavoratori ma su base “territoriale” che seguono una precisa convinzione “ideologica” che è quella che la società statunitense sia fondata su fortissime ineguaglianze che vanno riequilibrate con azioni concrete che migliorino la vita delle persone svantaggiate.
Un gruppo di community organizer che arriva in un quartiere disagiato segue in genere un metodo consolidato. La prima cosa che si fa è quella dell’outreach (letteralmente raggiungere fuori): per circa tre settimane (dipende poi dalla grandezza del quartiere) si bussa a tutte le porte delle case per scambiare due chiacchiere con gli abitanti a cui fa piacere:
- si chiede quali problemi pressanti ci sono nel quartiere i quali richiederebbero un intervento immediato;
- si ascoltano attentamente le risposte;
- si propone di costruire una organizzazione di base capace di agire negli interessi della comunità stessa, in particolare si specifica che una simile organizzazione ha l’obiettivo di far partire in un mese al massimo una azione concreta (“campaign”) per affrontare il più grave dei problemi vissuti dai residenti;
- si invitano a partecipare a una assemblea di quartiere come primo momento di costituzione ufficiale di tale organizzazione, che si terrà il giorno x dell’ora y (l’assemblea viene fissata alla fine delle attività di outreach);
- si chiede la sottoscrizione per diventare componenti di questa nuova organizzazione che, per esempio, ammonta a 10 $ al mese (in Italia si potrebbe dire un terzo di caffè al giorno, per usare il linguaggio dei venditori delle Tv via cavo).

Il più delle volte succede che, dopo un mesetto di intenso “door-knocking” (la cui riuscita dipende dalla capacità dei “door-kncker” di ascoltare più che di parlare), di domenica (così possono venire tutti, anche quelli che lavorano) viene organizzata una assemblea in cui ci sono “tanti abitanti” (in un quartiere di mille persone significa non meno di cento). I soldi con cui sono stati pagati i “door-knockers”, la stampa dei volantini, le penne per scrivere i nomi degli intervenuti sul foglio di ingresso, ecc., non provengono da fondazioni private o fondi pubblici. Sono i soldi delle sottoscrizioni, che nel mese successivo serviranno anche ad affittare e allestire una sede dell’organizzazione.
L’assemblea viene condotta in modo da far sentire tutti partecipi e da riuscire a identificare il problema, tra i tanti emersi durante le attività di ascolto, su cui si vuole lavorare fin da subito, per ottenere dei risultati concreti. Ipotizziamo per esempio che il problema più grosso sia l’inquinamento atmosferico: ciascuna famiglia ha almeno un parente con una grave malattia legata alla presenza dell’inceneritore e spesso non può neanche permettersi l’assistenza sanitaria.
Dopo l’assemblea succede che, in otto mesi, la neonata organizzazione fa partire una campagna “contro l’inceneritore” che si basa sulla capacità dell’organizzazione di fare pressione politica e mediatica:

- sia a livello locale, grazie alla grande quantità di componenti della comunità. Saul Alinsky (il primo community organizer d’America che organizzò il quartiere Back of the Yards di Chicago negli Anni Trenta), diceva «people means power» (chi non ha il potere che proviene dai soldi può avere potere derivante dal fatto di “essere in tanti”);
- sia a livello nazionale, grazie alla capacità dei community organizers di coinvolgere la stampa nazionale, nominare uno sponsor famoso, come per esempio un attore di Hollywood tipo George Clooney o Brad Pitt.

I buoni community organizers spiegano ai membri dell’organizzazione che campagne del genere non si vincono mai totalmente, ma sono fatte per ottenere comunque qualche risultato. Nel nostro esempio verrebbe spiegato che se si chiede la dislocazione dell’impianto allora, probabilmente, si otterrà solo l’implementazione di alcune misure specifiche per la riduzione dell’inquinamento. Ecco perché se si punta allo smantellamento di quel singolo impianto allora questo può essere ottenuto solo nell’ambito di una grande campagna nazionale che coinvolga più di una comunità locale che chiede lo smantellamento di tutti gli impianti di incenerimento della Nazione. Cosa che però richiede molto più tempo ed energie. Sta insomma alla comunità scegliere cosa fare per ottenere quale tipo di risultato.
La storia che abbiamo raccontato è ispirata al metodo di ACORN (Association of Community Organization for Reform Now), uno dei tanti applicati in questi casi. ACORN è una delle diverse Reti nazionali di organizzazioni di comunità negli Stati Uniti che da circa un secolo giocano il principale ruolo di “contrappeso politico” delle forze politiche liberiste e neoliberiste statunitensi. Per quello che ho potuto osservare direttamente esistono differenze sostanziali tra i progetti di welfare “ufficiali” e questi processi inizialmente indotti ma poi sostanzialmente “auto-organizzati”. La più evidente è quella relativa al tipo di azioni che possono essere condotte: i community organizer riescono a fare emergere, di fatto, una progettualità diversa da quella che viene alimentata dai progetti finanziati dal governo e dalle grandi fondazioni. Nella nostra storia, per esempio, è probabile che nessun progetto di assistenza sociale poteva aver sfiorato prima di allora la questione, visto che la maggior parte dei fondi privati con cui questi progetti erano stati finanziati provenivano direttamente dalla società proprietaria dell’impianto o da fondi pubblici stanziati da politici le cui campagne elettorali  erano state finanziate dalla stessa società.

L’organizzazione di comunità che nasce e si mantiene finanziariamente autonoma conserva la libertà di scelta delle campagne e viene percepita come propria dai suoi membri. Al contrario di quanto accade nei progetti “preconfezionati”, il tipo di campagna di far partire, ossia il problema da affrontare, non è mai predeterminato dagli organizer, ma viene pubblicamente scelto volta per volta. In nessun caso gli organizer sono legittimati a scegliere il contenuto politico delle loro azioni o a “favorire interessi” che non siano quelli dei membri sottoscrittori. Questo è il presupposto grazie a cui tali organizzazioni riescono spesso a creare a carico dei processi decisionali una tensione costante a favore dei quartieri disagiati.
Il community organizing ha una natura politica profondamente partecipativa ma non nel senso con cui questo termine viene usato nei modelli deliberativi di costruzione del consenso. Questi ultimi, infatti, implementano tecniche attraverso cui costruire opzioni che mettono tutti d’accordo (che è il modo prevalente con cui si intende ‘partecipazione’ in Italia). Il community organizing è invece pensato per mantenere alto il livello di conflitto (ma nel senso non violento del termine) nell’arena politica, per contrastare pacificamente ma in modo esplicito le forme inique di gestione delle risorse da parte dei politici eletti in un sistema di democrazia rappresentativa.

La storia del community organizing non è certo fatta solo di successi, In molti hanno segnalato errori, fallimenti ed episodi di distorsione delle intenzioni iniziali. La natura conflittuale del community organizing ha inoltre alimentato una folta schiera di nemici politici, dentro e fuori gli USA. Di contro è impossibile contare tutti i luoghi in cui i communty organizer hanno fatto davvero la differenza dagli Anni Trenta a oggi riuscendo ad avviare veri e propri processi di sviluppo locale che hanno innovato le strutture produttive e, soprattutto, i rapporti di forza tra i diversi gruppi sociali e le diverse aree urbane e territoriali. Nelle città annichilite dalla grande depressione degli Anni Trenta, negli slum dei lavoratori privi di diritti sociali degli Anni Cinquanta, nelle aree urbane messe in crisi dalla fuga delle attività produttive manifatturiere negli Anni Novanta, fino ai quartieri afroamericani di New Orleans distrutti dall’uragano Katrina nel 2005 le persone, insieme, hanno deciso e agito, con l’aiuto non di leader ma di semplici “organizzatori”, il cui nome non appare mai in toni trionfalistici sui giornali. Essi non sono i leader della comunità che basano il loro ruolo sul proprio carisma e da questo fanno derivare una “delega” in bianco sul da farsi. Si tratta di persone che aiutano i componenti di una comunità a diventare leader, ciascuno a proprio modo: in queste organizzazioni la leadership viene vista come incarico temporaneo da trasmettere il prima possibile ai giovani che vogliono impegnarsi per il benessere della propria comunità.

Laura Saija
(Dipartimento di Architettura e Urbanistica dell’Università degli Studi di Catania)

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