Giustizia riparativa e mediazione sociale, la sperimentazione in Sicilia parte con il progetto “Territorial network for the mediation of conflicts”. A Castelvetrano e Marsala i primi Sportelli polifunzionali.

tnmcLa crescente conflittualità sociale presente in contesti anche molto diversi tra loro e l’esasperata litigiosità che ormai investe la giurisdizione tradizionale ha richiesto la predisposizione di interventi integrati in grado di rispondere alla crescente domanda di sicurezza sociale. L’offerta di spazi di ascolto e di  mediazione dei conflitti può essere una risposta al sentimento di insicurezza che si sta diffondendo tra le persone e che trova le sue ragioni nell’esistenza di episodi di criminalità diffusa e nel disordine sociale e fisico che interessa molte città e quartieri. Al contempo costituisce una forma di prevenzione per gli episodi di criminalità che derivano da una conflittualità mal gestita nella famiglia, nella scuola e nella società. Appare necessario, quindi, ridurre le tensioni sociali nel tessuto urbano attraverso politiche di sicurezza integrata che prevedano sia la diminuzione della recidiva in riferimento a quei soggetti usciti dal circuito penale e a rischio di ricaduta nel tessuto criminale, sia in termini di prevenzione primaria e secondaria.

Il progetto “Territorial network for the mediation of conflicts”, che ricade all’interno del programma europeo «Giustizia civile», ha dato il via, nelle città di Castelvetrano e Marsala, alla prima sperimentazione in Sicilia di Sportelli polifunzionali di Giustizia ripartiva e mediazione  sociale con il patrocinio della Provincia regionale di Trapani e l’Azienda sanitaria provinciale n. 9 di Trapani.
Il progetto, coordinato dal CRESM., in partenariato con le associazioni Amely di Lione e Siccda di Dublino, vede il coinvolgimento di Maria Pia Giuffrida, presidente della Commissione di studio “Giustizia riparativa e mediazione penale” presso l’Ufficio Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, di Ninni De Santis, responsabile del Dipartimento della Formazione dell’Asp n. 9 di Trapani, di Jacqueline Marineau del Centre de Médiation di Parigi, di Ivano Spano, del  Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, di Jean Pierre Bonafé Schimtt, ricercatore del CNRS dell’Università Lumiére, Lyon II, componente fondatore delle Boutiques de Droit e dell’Associazione Amely, Lione e di Giovanni Ghibaudi, responsabile Area Ascolto e Mediazione del Settore Politiche giovanili del Comune di Torino.
Il progetto si propone la riduzione delle tensioni sociali presenti nel tessuto urbano e in particolare nei quartieri maggiormente degradati o problematici intervenendo con una prevenzione primaria e una prevenzione secondaria. La prevenzione primaria si attua attraverso azioni di mediazione sociale nella gestione di diverse tipologie di conflitto. La mediazione sociale mira a creare in un contesto locale uno spazio pubblico che contribuisca alla prevenzione del disagio e al miglioramento della qualità della vita sociale. Attivando gli Sportelli per la mediazione dei conflitti si tenterà di trasformare i litigi in comunicazione e cooperazione e di creare una maggiore armonia sociale, fornendo una risposta preventiva al disagio e alla violenza nel contesto di un lavoro di rete in cui siano coinvolti le autorità e i servizi competenti.
La prevenzione secondaria si attua con interventi di mediazione penale e di giustizia riparativa. Si tratta di un modello di  giustizia che coinvolge – nella ricerca di soluzioni alle conseguenze del conflitto generato dal fatto delittuoso – oltre al reo anche la vittima e la comunità, al fine di promuovere la riparazione del danno, la riconciliazione fra le parti e il rafforzamento del senso di sicurezza collettivo.  In tal senso recupera importanza la vittima del reato – come cita il presidente dell’Osservatorio del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (Giuffrida 2005) – soggetto che ha quasi sempre avuto, fino ad oggi, una parte marginale nel sistema penale italiano rimanendo spesso sullo sfondo, soggetto senza voce di cui sono state per troppo tempo trascurate la dimensione emozionale e la sofferenza prodotta dall’offesa/reato.
Anche la comunità  viene coinvolta quale soggetto che deve sviluppare e incentivare la diffusione  sia di modelli rinnovati di prevenzione del crimine e di informazione sulla efficace prevenzione della criminalità sia di modalità di tutela alle vittime oltre che di reinserimento sociale dei delinquenti. (Risoluzione Assemblea generale Nazioni Unite n. 56/261/2002). La comunità pertanto diviene a pieno titolo soggetto promotore del percorso di pace che si fonda sull’azione riparativa posta in essere dall’autore del reato (Giuffrida 2005).
La presa in carico degli effetti dei conflitti in ambito sociale, penale e familiare richiede, da parte dei mediatori, profonde capacità di gestire le emozioni e i sentimenti – spesso assai distruttivi e pervasivi – espressi dai protagonisti del conflitto. Per questa ragione al mediatore è richiesta una formazione altamente specializzata. Il CRESM attualmente è impegnato nell’attività di found raising per l’organizzazione di un corso per operatori di mediazione sociale, penale e giustizia riparativa”. Il corso  prende spunto dal progetto sperimentale che prevede l’istituzione di un Ufficio  di mediazione sociale e giustizia ripartiva alla Provincia regionale di Viterbo, promosso e finanziato dalla Regione Lazio su impulso dell’Osservatorio per la Mediazione penale e la Giustizia riparativa, istituito presso il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria.

A.Frosina
Coordinatrice del progetto “Territorial network for the mediation of conflicts”

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